Sordello rimetteva piede in patria dopo ben trentacinque anni di assenza, ormai vecchio, e in condizioni ben diverse da quelle in cui era partito nella sua avventurosa giovinezza, che era ormai un lontano ricordo. Vi tornava cambiato, in un’Italia anch’essa mutata, dove molti di coloro che aveva conosciuto o al cui fianco aveva vissuto non c’erano più: Rizzardo di San Bonifacio, cui aveva rapito la moglie, Cunizza da Romano, era morto nel 1253; ed erano scomparsi, con la rovina totale della loro signoria, Ezzelino da Romano, morto a Soncino nell’ottobre del 1259 in seguito alle ferite riportate nella battaglia di Cassano d’Adda, e suo fratello Alberico, trucidato ferocemente con la moglie e i figli nell’agosto del 1260. Della potente casata rimaneva in vita, e lo sarebbe rimasta a lungo (lo era ancora nel 1279), soltanto Cunizza, che aveva trovato rifugio in Toscana; e anch’essa, come il suo antico amante, sarebbe stata immortalata da Dante nella Divina Commedia: addirittura, lei peccatrice d’amore convertita, nel Paradiso.
Non sappiamo esattamente quali luoghi abbia toccato Sordello appena giunto in Italia. E’ certo che nel settembre del 1266 si trovava a Novara, in carcere, non si sa per quale ragione. Per la sua liberazione si mosse addirittura il nuovo papa, Clemente IV, il quale in un breve di quel settembre rimproverava Carlo d’Angiò di aver trattato con poca generosità coloro che lo avevano servito fedelmente, citando come esempio proprio Sordello, ricordato dal papa con solenni parole di elogio, prova del grande prestigio di cui il nostro trovatore godeva al suo tempo. L’intervento di Clamente IV affrettò la scarcerazione di Sordello, sicuramente libero, e forse presso lo stesso Carlo d’Angiò, nel maggio del 1267.
Il principe angioino cercò di riparare prontamente all’ingratitudine nei confronti del suo fedele cavaliere investendolo dei diritti feudali sul castello di La Morra, nel cuneese, un primo risarcimento in attesa di ricompensarlo più adeguatamente dopo la piena sottomissione del regno di Napoli. Infatti, dopo che la battaglia di Tagliacozzo nell’agosto del 1268 e la morte di Corradino di Svevia gli ebbero assicurato definitivamente il dominio sull’Italia meridionale, Carlo d’Angiò nel marzo del 1269 lo investì dei diritti feudali sui castelli abruzzesi di Monte Odorisio, Monte San Silvestro, Paglieta e Pila, e sul casale di Castglione, feudi che complessivamente fruttavano una rendita notevole. Nell’atto d’investitura Sordello è designato con i titoli di miles e di dilectus familiaris noster ("familiare diletto e nostro fedele"), dei quali è particolarmente notevole quello di familiaris, concesso ai baroni più legati alla corte e di più alto lignaggio, titolo cui si accompagnavano particolari diritti e speciali distinzioni a corte.
Nel maggio del 1269 Carlo d’Angiò aggiungeva alle precedenti una nuova donazione, il castello di Civitaquana in Abruzzo. Nel giugno successivo Sordello restituiva i castelli di Monte San Silvestro, Pila e Paglieta, ricevendone in cambio quelli di Ginestra e di Palena, sempre in Abruzzo, il cui borgo era famoso per le sue tintorie e le sue gualchiere (macchine usate in passato per trasformare in feltro i tessuti di lana): feudi, questi, che complessivamente davano una rendita ancora più cospicua dei precedenti.
Forse Sordello non fu contento di tali donazioni, o perché potevano parergli esigue rispetto a quelle fatte ad altri baroni o perché situate in luoghi scomodi. Ci è infatti rimasto uno scambio di coblas, Toz hom me van disen en esta maladia ("Tutti mi vanno dicendo in questa malattia"), nel quale Sordello si lamenta dell’avarizia del suo signore:
Tutti mi vanno dicendo in questa malattia
che se io mi confortassi mi farebbe gran bene.
Ben so che essi dicono il vero, ma come potrebbe far ciò
un uomo che è povero d’averi ed è sempre malato,
e sta male in fatto di signore, d’amore e d’amicizia ?
Se vi fosse chi mi insegnasse ciò, ben mi conforterei.
Cui ribatte il signore, nel quale si è voluto vedere Carlo d’Angiò:
Sordello dice male di me, e non dovrebbe farmi questo,
perché l’ho sempre tenuto e lo tengo caro e onorato:
gli ho dato gualchiere, mulini e altre possessioni,
e gli ho dato moglie tale quale egli la voleva.
Ma egli è matto e noioso, ed è pieno di follia:
se uno gli donasse una contea, non gliene serberebbe gratitudine.
La cobla di Sordello potrebbe essere stata scritta prima della donazione dei feudi (tra i quali, nella cobla di risposta del signore, è esplicito il riferimento alle gualcherie di Polena) e quella del signore, se in questi si riconosce Carlo d’Angiò, subito dopo l’ultima donazione.
Sordello non dovette vivere a lungo: i feudi a lui assegnati venivano infatti concessi nell’agosto del 1269 a Bonifacio di Galibert, un cavaliere provenzale che aveva fatto parte anch’egli della corte di Carlo d’Angiò in Provenza, e che aveva poi, come Sordello, seguito il suo signore in Italia. Sordello morì quindi, senza eredi, nell’estate del 1269, sicuramente in Italia, verosimilmente nel regno angioino.
(Capitolo tratto da : Ilvano Caliaro, Sordello da Goito, Casa Editrice Mazziana, Verona, ottobre 2000, pagg. 15-43.)
Sordello PoetaVedi Anche:
La vita di Sordello
- La giovinezza in Italia
- Gli anni di Provenza
- Il ritorno in Italia (questa pagina)
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