Sordello raggiunse la Provenza a tappe, fermandosi brevemente presso le varie corti che incontrava sul suo cammino. Dapprima anche in Provenza non si trattenne a lungo, varcando ben presto i Pirenei. In Spagna soggiornò presso Ferdinando III re di Leòn e di Castiglia, ma anche presso altri principi, che con lui furono più generosi di Ferdinando III (di cui avrebbe spregiativamente detto nel compianto per la morte de ser Blacaz: "tiene due reami, e non vale [nemmeno] per uno"), come l’allora giovanissimo Giacomo I d’Aragona (colui che, nella generale mediocrità e decadenza dei principi e signori del tempo, "sostiene il più pesante carico del pregio", come lo avrebbe definito nel sirventese Qui be:is membra del segle qu’es passatz, "Se ben si pensa al tempo che è passato").
Non è probabile invece un suo soggiorno in Portogallo, cui hanno fatto pensare i suoi rapporti abbastanza stretti con due trovatori portoghesi, Joan Soarez Coelho e Picandon, ch’egli conobbe verosimilmente in una delle corti di Spagna delle quali fu ospite.
Sordello rimase comunque assai poco in Spagna. Ripassati i Pirenei, ritornò in Provenza, dove, nel 1230-1231 pare aver soggiornato presso Savaric de Mauléon, siniscalco del Poitou, generoso protettore di trovatori e trovatore egli stesso. Nel giugno del 1233 lo troviamo alla corte di Raimondo Berengario IV conte di Provenza, dove sarebbe rimasto anche dopo la morte del conte, nel 1245: lo attesta un documento del 28 giugno 1233, nel quale è citato tra i baroni del seguito di Raimondo Berengario IV, segno che già allora godeva di un notevole prestigio presso la corte di Provenza.
Altri atti ufficiali di quegli anni ci mostrano come Sordello fosse ben presto entrato nella cerchia dei consiglieri e collaboratori più stretti del conte di Provenza, dal quale ricevette il titolo di miles, "cavaliere", e il possesso di feudi. Prova indiscutibile dell’altissima posizione da lui raggiunta presso la corte di Raimondo Berengario IV è un altro atto ufficiale, quello relativo all’accordo stipulato il 5 giugno 1241 a Montpellier tra il conte di Provenza, Giacomo I d’Aragona e Raimondo VII di Tolosa, per decidere il divorzio tra quest’ultimo e Sancia d’Aragona (zia di Giacomo I), al fine di aprire la strada al matrimonio, che non sarebbe poi avvenuto, tra Raimondo VII di Tolosa e Sancia, terza figlia di Raimondo Berengario IV, erede della contea di Provenza. Ebbene, in questo atto, tra i testimoni citati, Sordello figura al terzo posto, subito dopo due grandi vassalli del re d’Aragona, sicché è lecito pensare che egli fosse considerato uno dei più alti personaggi al seguito del conte di Provenza. Sordello aveva raggiunto una posizione sociale ben superiore a quella che aveva avuto in Italia, dove pure era stato uomo di corte presso Rizzardo di San Bonifacio prima ed Ezzelino da Romano poi. In Provenza, inoltre, il nostro trovatore, secondo la biografia più breve, avrebbe preso moglie.
Anche se si era stabilito presso la corte di Provenza, non è escluso che Sordello abbia soggiornato per qualche tempo anche in altre città della regione, come Rodez, Posquières e forse Tolosa. Alle prime due ci rimanda la donna che occupa il primo posto tra quelle da lui cantate, Guida, figlia di Enrico I e sorella di Ugo IV conti di Rodez. Dopo il matrimonio nel 1235 con Pons barone di Montlaur nel Vivarais, Guida visse tra Rodez e i possedimenti del marito, tra i quali appunto Posquières (oggi Vauvert, nel dipartimento del Gard), e in questi luoghi Sordello ebbe occasione di incontrarla, di conoscerla e di ammirarla. A lei il nostro trovatore indirizza esplicitamente una canzone, Aitant ses plus viu hom quan viu jauzens ("Si vive soltanto quando si vive nella gioia"), dove si legge:
Tanto penso a lei, e tanto l’amo di cuore,
che temo che notte e giorno non mi bastino a pensarla,
poiché non ha pari in bellezza e virtù.
Per questo debbono cedere a lei
le donne più pregiate, poiché essa è guida
nel guidare, gentile e perfetta,
le valenti in pregio, come le navi in mare guidano
la stella polare e l’ago calamitato.
E poiché la ferma stella lucente
guida le navi che vanno perigliose per il mare,
ben dovrebbe colei, che le somiglia, guidare me,
che per lei sono nel mare così profondamente
sperduto, abbattuto e turbato,
che vi morirò e perirò prima che io ne esca,
se lei non mi soccorre, poiché non trovo, per uscire,
né riva né porto, guado né ponte né ricovero.
Sordello canta Guida di Rodez anche in altre canzoni, celandola dietro il senhal di "N’Agradiva" o di "Restaur" ("Ristoro"). Nella poesia di Sordello s’incontrano anche altre donne, ma in occasionali omaggi letterari più che in componimenti ispirati al "servizio d’amore" provenzale intimamente sentito.
In quegli anni Sordello non compose soltanto liriche d’amore, ma anche poesie d’ispirazione politica, tra le quali spicca il celebre e già ricordato compianto in morte di ser Blacatz, composto intorno al 1237, che ebbe subito vastissima risonanza.
Ad accrescere il prestigio e la fama di Sordello contribuirono i suoi rapporti con i più noti trovatori del tempo, non solo con Bertran d’Alamanon e Peire Bremon Ricas Novas, che vissero a lungo, come lui, alla corte di Provenza, ma anche con Peire Guilhem, Granet, Guilhem Montanhagol, Montan e Reforzat. I rapporti più riccamente testimoniati dalle poesie rimasteci sono quelli con D’Alamanon, sempre improntati a grande cordialità, e quelli con Ricas Novas, i quali, dapprima amichevoli, in seguito si guastarono, giungendo fino allo scambio di ingiuriosi sirventesi negli anni 1240-1241. Ricas Novas avrebbe subìto un torto da parte di Raimondo Berengario IV, e Sordello e D’Alamanon non sarebbero intervenuti in suo favore e non gli avrebbero neppure espresso la loro solidarietà per timore di perdere le grazie del conte di Provenza; mentre secondo Sordello il silenzio suo e di D’Alamanon furono dettati dal comportamento sleale di Ricas Novas nei confronti del signore. La causa profonda del dissidio fu comunque l’invidia che Ricas Novas nutriva nei confronti di Sordello, che nel giro di pochi anni si era guadagnato grande prestigio e larga fama sia come cavaliere sia come trovatore.
Senza nominarlo, ma riferendosi chiaramente a Ricas Novas, nel primo sirventese contro di lui, Qan q’ieu chantes d’amor ni d’alegrier ("Benché io abbia cantato l’amore, l’allegrezza"), Sordello lo aggredisce con ingiurie:
Colui che lo conosce lo tiene in conto di menzognero,
fiacco e vile, spregevole e millantatore.
Egli infatti con il suo rozzo aspetto, falsamente grazioso e dolce,
si atteggia a uomo cortese, e non vale un denaro,
perché le [sue] parole sono grandi e le azioni sono dappoco,
cosiccé tra i prodi non è stimato un chiodo.
Sempre senza nominare l’avversario, Ricas Novas risponde alludendo alla fuga di Sordello dall’Italia, ma soprattutto insistendo su un’accusa cui Sordello era particolarmente sensibile, quella d’essere un "giullare in armi", un giullare travestito da cavaliere, alla ricerca di omaggi e di ricchezze invece di onore. Sordello si ribella orgogliosamente ad un’accusa che lo perseguitava e lo faceva incollerire, accusando a sua volta Ricas Novas d’infedeltà: prova ne è ch’egli non ha esitato a lasciare Barral de Baus, il siniscalco di Marsiglia, per acquistare il favore del conte di Tolosa, che giustamente si rifiuta di accoglierlo alla sua corte. Così Sordello nel secondo sirventese contro Ricas Novas, Lo reproviers vai averan, so:m par ("Si va avverando il proverbio, mi sembra"):
Ha davvero gran torto a chiamarmi giullare,
perché lui va dietro gli altri, mentre gli altri vengono a me,
e io dono senza prendere, mentre egli prende senza donare,
poiché si mette adosso tutto quello che riceve per pietà;
io invece non prendo nessuna cosa da cui mi possa venire disonore,
anzi spendo le mie rendite e non voglio altra ricompensa
se non d’amore: mi pare, dunque, che egli si abbassi
ed io m’innalzi, se ci giudicano secondo giustizia.
[ ... ]
Ben ha saputo onorarlo il valente conte
di Tolosa, proprio come si conviene,
facendolo ritornare graziosamente a Marsiglia,
poiché aveva abbandonato il suo signore e la sua fedeltà;
ma egli non teme vergogna, né si affligge
per ciò per cui sempre dovrebbe essere desolato,
questo perfido vigliacco che ha nome, poiché sfugge il pericolo,
"cuor di coniglio sotto apparenza di leone".
Egli si crede molto abile e saggio; tuttavia la sua saggezza è tale,
che il conte di Provenza, con suo torto, l’ha allontanato da sé,
e l’altro conte non lo vuole, poiché sa chi è e quale egli è,
e si dice che i Templari e gli Ospitalieri lo respingano,
poiché tra di loro non vi è posto per un uomo vile e sleale.
Ben mi meraviglio come lo possa trattenere presso di sé messer Barral,
giacché egli non è capace di alcuna cosa a vantaggio di prode signore,
poiché ha il corpo grande e lungo e il cuore piccolo e falso.
Ricas Novas a sua volta ribatte che se Barral vorrà cacciarlo dalla sua corte egli chiederà informazioni su ospiti generosi proprio a Sordello, facendo implicitamente capire che Sordello di fughe se ne intende. E qui si chiude, sulla base dei componimenti rimastici, il duello verbale tra Sordello e Ricas Novas.
Raimondo Berengario IV morì nell’agosto del 1245. Poco dopo Carlo d’Angiò, con il decisivo appoggio della madre Bianca di Castiglia, regina madre di Francia, e del papa Innocenzo IV, sposava, nel gennaio 1246, Beatrice, l’ultima figlia di Raimondo Berengario IV ed erede della contea di Provenza. Carlo d’Angiò divenne quindi signore della Provenza, vanificando le aspirazioni degli altri pretendenti, Raimondo VII di Tolosa, il figlio di Giacomo I d’Aragona e Corrado IV figlio dell’imperatore Federico II.
Sordello, che dopo la morte di Raimondo Berengario IV era rimasto alla corte di Provenza presso la contessa Beatrice, accolse con favore il nuovo signore, al quale sarebbe rimasto fedele fino alla morte. A Carlo d’Angiò egli indirizzò subito un sirventese, Ar hai proat q’el mon non ha dolor ("Ora ho provato che nel mondo non c’è dolore"), di cui ci resta un frammento, nel quale il nostro trovatore esorta il ventenne principe, fino a quel momento dedito soprattutto agli svaghi e ai piaceri, a compiere nobili imprese:
In un barone che a vent’anni non comincia
a compiere nobili imprese, e che pensa soltanto ai divertimenti,
nessuno deve riporre [qualche] speranza, dovesse vivere cent’anni;
poiché le imprese migliori si accordano con la gioventù.
Per questo prego il mio signore che tosto
incominci a compiere nobili imprese, se vuole acquistare pregio;
infatti se da giovane non acquista un alto pregio,
difficilmente questo sarà da lui acquistato durante la sua vita.
L’ambizioso principe angioino si volse ben presto a quelle nobili imprese cui Sordello, seguendo una consuetudine della lirica provenzale, lo aveva chiamato. La prima di tali imprese fa la partecipazione nel 1248 alla settima crociata, promossa dal fratello, Luigi IX, re di Francia. Sordello, che forse era stato sollecitato ad unirsi alla spedizione, non volle seguire Carlo a causa del suo grande timore del mare, proponendogli, in Lai al comte mon segnor voill pregar ("Voglio inviare una preghiera là, al conte mio signore"), di prendere con sé al suo posto l’amico Bertran d’Alamanon, definito scherzosamente marinaio provetto e conoscitore dei venti:
Ancora non sono tanto esperto del mare,
benché in esso sia stato ben istruito, da poter
passare oltremare, qualunque sforzo io facessi;
perciò voglio pregare il conte che non gli rincresca
se non passo [il mare] con lui; infatti io non debbo essere biasimato,
perché temo tanto fortemente il mare, quando è cattivo il tempo,
che non posso andare oltremare per nessun motivo (così io penso),
e il conte non deve punto volere che io muoia.
Ma se [il conte] vuole con sé un marinaio ben esperto
del mare, conduca messer Bertrando d’Alamanon, se gli piace,
poiché io so che [ciò] gli è gradito,
ed egli sa tanto bene quali sono i venti migliori,
che in un giorno va e se ne torna facilmente;
e il conte lasci me, che non ho né possibilità né voglia
di passare il mare per tutta la mia vita,
tanto la morte mi fa paura e spavento.
Carlo d’Angiò salpò alla volta della Terrasanta alla fine di agosto del 1248 e rimase lontano dalla Provenza per due anni. Non sappiamo nulla della vita di Sordello in questo periodo, durante il quale baroni e città della Provenza, che non sopportavano più il sistema fiscale angioino eccessivamente gravoso, approfittarono della lontananza di Carlo per ribellarsi al suo potere: probabilmente Sordello continuò a vivere alla corte, presso Beatrice e il siniscalco angioino Amaury de Thury.
Nell’ottobre del 1250 Carlo faceva ritorno in Provenza e subito intraprendeva, con l’aiuto del fratello Alfonso di Poitiers, un’energica azione per domare la ribellione, ottenendo rapidi successi: tra l’aprile e il novembre del 1251 si sottomettevano Arles, Avignone e Marsiglia. In due atti ufficiali del luglio del 1252, in cui è designato ancora con il titolo di miles, Sordello è citato come testimone accanto a personaggi del calibro di Barral de Baus, siniscalco di Marsiglia, che da fiero avversario di Carlo d’Angiò era diventato uno dei suoi più autorevoli e potenti sostenitori.
Sordello rimase in Provenza anche durante il lungo periodo, tra l’inverno del 1252 e la primavera del 1257, in cui Carlo d’Angiò ne fu lontano, prima perché reggente, insieme con il fratello Alfonso di Poitiers, del regno di Francia, nel tempo intercorso tra la morte della regina madre Bianca di Castiglia e il ritorno di Luigi IX dalla crociata; poi perché impegnato nella conquista della ricca contea dell’Hinnaut, che pur non realizzata gli fruttò una notevole indennità di guerra. In quel tempo Sordello fu ospite, anche per periodi prolungati, di Barral de Baus, il quale nel dicembre del 1255 gli fece un cospicuo dono in denaro.
La presenza di Sordello in Provenza in quegli anni è attestata da numerosi atti ufficiali stesi tra il 1255 e il 1265, nei quali è citato fra i testimoni con il titolo di miles o di dominus ("signore"), confermando di aver mantenuto alla corte angioina la posizione di grande prestigio raggiunta presso il precedente conte di Provenza, Raimondo Berengario IV. Va particolarmente ricordato l’atto con il quale, nel luglio del 1262, vennero composti i dissidi sorti tra Carlo d’Angiò, in quanto signore di Ventimiglia, e il comune di Genova: in esso Sordello è detto "Sourdello de Godio", appellativo che sarebbe ricorso d’allora in poi negli atti angioini che riguardano il nostro trovatore e che ne confermano la nascita a Goito.
Conte di Ventimiglia dal 1258 e signore di Cuneo dal luglio del 1259, Carlo d’Angiò stipulava nel gennaio del 1265 un’alleanza con la potente famiglia milanese dei Torriani e con i comuni di Lodi, Como, Bergamo e Novara. Questo patto preludeva alla sua spedizione in Italia, promossa e favorita dal papa Urbano IV, acerrimo nemico degli Svevi. Questa volta Sordello seguì il suo signore, ma, poco incline ai viaggi per mare, come si è visto in occasione della crociata del 1248, entrò in Italia col grosso dell’esercito angioino, che partito dalla Provenza nell’autunno del 1265 era giunto in Piemonte nel novembre, mentre Carlo, imbarcatosi a Marsiglia con cinquecento cavalieri e mille balestrieri, già nel maggio precedente era sbarcato sulla costa laziale ed era entrato in Roma, dove era stato incoronato dal papa re di Sicilia.
(Capitolo tratto da: Emilio Faccioli, Sordello da Goito, Tipografia Grassi, Mantova, marzo 1994, pagg. 27-52).
(questa pagina)Vedi Anche:
La vita di Sordello
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