VITA DI SORDELLO
Possiamo tracciare la vita di Sordello con una certa ampiezza e sicurezza. Su di lui possediamo infatti abbondanti notizie, ricavabili anzitutto da due biografie in provenzale, una più ampia e una più breve, scritte in Italia, le quali parlano soprattutto della giovinezza italiana, ricca di avventure ma, per quello che ci rimane, povera di risultati poetici. Fonti biografiche preziose sono pure certe poesie sue e di altri trovatori con cui egli ebbe rapporti, in Italia e in Provenza, e numerosi documenti e atti ufficiali che lo riguardano direttamente o che lo citano come testimone.
Sul luogo di nascita di Sordello, Goito, non vi è alcun dubbio. La biografia più ampia afferma che "Sordels fo de Mantoana, d’un castel que a nom Got" ("Sordello fu del Mantovano, di un castello che ha nome Goito"). Questa notizia è confermata da una rubrica di un codice della Biblioteca Vaticana che ci conserva sette suoi componimenti, dove egli è detto "Sordel de Goi", e, dato risolutivo, da documenti ufficiali di età angioina, dove è chiamato "Sordellus de Godio", secondo le generalità da lui stesso dichiarate. La biografia più breve lo dice nato invece a "Sirier", una delle corti o dei piccoli villaggi sparsi sul territorio di Goito, diversamente identificata dagli studiosi moderni: nella odierna località di Sereno, a poca distanza dal centro, oppure in quelle di Cerlongo o di Cereta o di Cerri, queste ultime due però nel territorio di Volta Mantovana.
Né le biografie né le altre fonti ci forniscono la data di nascita di Sordello, che si presume sia nato negli ultimi anni del secolo XII o nei primissimi del XIII. Le biografie sono invece concordi nell’affermare che Sordello apparteneva alla piccola e povera nobiltà di campagna: la prima lo dice "cattano", che nella gerarchia feudale del tempo equivaleva a piccolo vassallo; la seconda lo definisce figlio di un cavaliere, però povero. Notizia questa assai credibile, perché molte erano allora le famiglie della nobiltà rurale ridotte in precarie condizioni economiche: ciò spiega perché Sordello abbandonò presto il luogo natale per andare a cercare fortuna nelle corti.
Sordello compì il suo noviziato poetico, ed ebbe probabilmente la sua scuola, alla corte dei marchesi d’Este, che aveva allora la sua sede principale nel castello di Calaone, sui colli Euganei, vicino ad Este (raso al suolo dai padovani nel 1293), ed aveva raggiunto agli inizi del Duecento potenza e splendore. Nell’Italia nord-orientale, in quella Marca Trevigiana (nell’accezione che aveva al tempo, e quindi comprendente, oltre a Treviso, Padova, Vicenza e Verona) che era divenuta assai presto il maggiore centro di diffusione della cultura provenzale in Italia, la corte estense fu la prima corte veneta a richiamare i giullari e i trovatori che avevano lasciato la Provenza. E qui dobbiamo parlare, se pur brevemente, della letteratura provenzale, affinché riesca chiaro ciò che diremo in seguito.
Quella provenzale fu una letteratura spiccatamente lirica, i cui testi erano destinati non alla lettura ma all’ascolto (trobador, "trovatore", era infatti colui che componeva sia il testo poetico sia la melodia che lo accompagnava). La poesia dei trovatori, nata verso la fine del secolo XI nell’ambiente raffinato delle corti della Provenza, esaltava la cortesia, la lealtà, il senso della misura, la liberalità, insomma le virtù "cortesi", che doveva necessariamente possedere un cavaliere che vivesse alla corte e che aspirasse all’amore di una dama. La sua tematica più significativa fu quella amorosa, ma accanto a questa troviamo anche quella morale e politica.
A disgregare il mondo provenzale e a sconvolgerne la splendida civiltà era stata la crociata voluta da papa Innocenzo III contro la setta ereticale dei "càtari", che avevano la loro roccaforte nella città di Albi, in Linguadoca, e che fu detta perciò crociata contro gli Albigesi (1209-1213); una crociata sostenuta, per ragioni politiche, dalla monarchia francese, che meno di quarant’anni più tardi avrebbe messo le mani sulla Provenza con Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX. L’abbandono forzato della Provenza, dopo la crociata contro gli Albigesi, da parte di molti trovatori, diretti soprattutto verso la Spagna e l’Italia, contribuì a diffondere ancora più ampiamente la cultuta e la poesia trobadorica. In Italia essi furono accolti nelle corti feudali del Nord, dai marchesi del Monferrato ai conti di Savoia, dai Malaspina in Lunigiana ai Da Romano a Treviso ai marchesi d’Este.
Proprio la corte estense aveva conosciuto durante la giovinezza di Azzo VII una ricca fioritura di poesia galante di lode e d’amore intorno alle nobildonne di casa d’Este, in primo luogo di Beatrice, sorella di Azzo VII, che dopo una giovinezza brillante e mondana, e quando pareva destinata a nozze regali, si ritirò improvvisamente dal mondo nel 1220, entrando in convento. Beatrice fu oggetto di adorazione e di corteggiamento poetici da parte dei trovatori che la circondavano, particolarmente del tolosano Aimeric de Peguilhan, il più importante dei trovatori provenzali alla corte estense, e di Lambertino (o Rambertino) Buvalelli, magistrato bolognese dilettante di poesia (che era stato podestà di Mantova per due anni, nel 1215-1216, e che alcuni studiosi hanno indicato, nel periodo della sua permanenza a Mantova, come maestro di Sordello).
Dopo la monacazione di Beatrice, fu Giovanna, prima moglie di Azzo VII, da questi sposata nel 1221 e morta nel novembre del 1223, ad ispirare la poesia dei trovatori e dei giullari alla corte estense. E tra i giovani giullari che sempre più numerosi invadevano le corti grandi e piccole della Marca Trevigiana (in quegli anni, oltre a quella estense, quella dei Da Romano, soprattutto a Treviso con Alberico, e dei San Bonifacio a Verona), avidi di ricompense da parte dei signori, in lotta tra loro e in concorrenza spesso sleale con i trovatori più anziani, cominciò presto a distinguersi Sordello, che troviamo ricordato per la prima volta in un vivace sirventese satirico del già ricordato Aimeric de Peguilhan, vecchio e onorato professionista della poesia alla corte d’Este, composto probabilmente nell’estate del 1220:
I matti e i ruffiani e i compari
diventano troppi, e questo non mi piace;
e i vili giullaretti novelli,
importuni e maldicenti,
corrono un po’ troppo avanti;
e sono già, i mordaci,
per uno di noi due di loro;
e non c’è nessuno che dia loro una buona lezione!
Mi pesa che si accetti da loro tutto questo
e non si opponga loro nessuna resistenza;
e non dico questo contro il signor Sordello,
perché egli non sembra uno di loro
e non va certo in cerca di favori
come fanno i cavalieri dottori,
ma, quando gli manca chi gli presti denaro,
egli non può far cinquina e l’altro terno.
Aimeric sembra presentare Sordello come un accanito giocatore di dadi, spesso costretto a rinunciare al gioco quando si trova a corto di denaro e nessuno glielo presta. Ma c’è chi ha interpretato in modo diverso gli ultimi due versi, vedendovi un Sordello emerito truffatore, in quanto guadagna sul denaro prestato più di chi presta per professione. E’ comunque notevole che a Sordello venga già attribuita la particella onorifica "signor": certo, pur condividendo con i giullari la vita sregolata (taverna, gioco, donne e risse), egli dovette ben presto distinguersi per il suo ingegno, la sua fierezza e per le sue doti poetiche e musicali, come ricorda espressamente la biografia più ampia.
Ad aprirci uno squarcio della rissosa vita di taverna dei giullari è uno scambio di coblas (Anc al temps d’Artus ni d’ara, "Mai al tempo di Artù né ai nostri tempi"), difficilmente databile, fra Aimeric e Sordello, fra i quali non correva buon sangue. Nei versi di Aimeric è una vivacissima caricatura di Sordello, il quale ha ricevuto in testa un colpo di boccale senza reagire:
Mai al tempo d’Artù o oggidì
credo si sia visto
un colpo così bello come quello che Sordello
si prese sul ciuffo con un boccale; e se il colpo non fu
mortale, ne ebbe colpa quello che lo pettinò così;
ma lui è così umile e franco di cuore
che incassa tranquillo ogni colpo,
quando ha visto che non c’è sangue.
Accusato, anche se non esplicitamente, di essere un vile, Sordello reagisce violentemente accusando a sua volta Aimeric di essere avaro, e ne deride la bruttezza e la pretesa di voler fare il galante malgrado l’età avanzata:
Non credo che mai si sia vista
una persona avara
come quel vecchio accattone meschino
che è ser Amerigo dalla triste figura:
chi lo vede ha peggio che morte.
E per quanto abbia il corpo torto
e magro e secco e vizzo e sciancato e zoppo,
si vanta mille volte di cose che non ha mai fatto.
In una tenzone dello stesso Aimeric con un altro trovatore tolosano, Guilhem Figueira, si parla di una memorabile partita a scacchi svoltasi a Brescia, durante la quale un giullare, Bertran d’Aurel, per disfare lo scacco aveva minacciato col coltello un certo ser "Guilhem del Dui-fraire", che viene chiamato da Aimeric "maiestre d’en Sordel". Ma qui non si deve intendere, come è stato fatto, questo "Dui-fraire" come maestro di scacchi di Sordello: il significato di quella frase è più nascosto e per svelarlo occorre richiamare altri testi. Questo "Dui-fraire" ritorna infatti, pur con diverso nomignolo, in diverse schermaglie fra trovatori e in caricature verbali come un personaggio ridicolo, vittima designata di colpi di coltello, di spada o di corpi contundenti meno nobili, come una pagnotta secca, simile al vaso che l’"allievo" Sordello aveva ricevuto sulla zucca senza protestare. Il "maestro" di Sordello potrebbe essere il trovatore Guilhem de la Tor, che in quegli anni operava negli stessi luoghi del nostro e al quale quel titolo potrebbe convenire meglio che ad altri, fra i personaggi noti, non certo per gli scacchi, ma in senso generale, e forse con allusione alla fama di remissività e di codardia di cui egli godeva: quindi, indirettamente, Aimeric accuserebbe ancora una volta Sordello di essere un vile. Tra l’altro, fra i primi componimenti di Sordello c’è un partimen, Uns amics et un’amia ("Un amico e un’amica"), databile intorno al 1220, il cui tema, se un amante che perde l’amica del cuore debba vivere o morire, fu proposto proprio da Guilhem de la Tor.
Probabilmente degli stessi anni è una cobla esparsa di un anonimo, il quale dice di perdonare volentieri a Sordello le offese da lui ricevute, perché a punirle ci ha pensato il suo stesso rovinoso vizio del gioco, che gli ha fatto perdere tutto, persino il destriero e due palafreni, sicché per attraversare i fiumi dove non vi sia passaggio adeguato egli è costretto a spogliarsi e a mostrare le natiche:
E tutte le offese che mi ha fatto quest’anno
volentieri le perdono a ser Sordello,
perché egli stesso farà la mia vendetta col gioco,
sicché non vale la pena che io lo uccida col coltello;
sapete bene che egli si è giocati entrambi i suoi palafreni
e il suo destriero tutti e tre:
se arriva a un fiume, e non c’è guado nè ponte,
si spoglia e mostra le sue rotondità.
Particolarmente interessante è il dettaglio dei cavalli perduti al gioco, che ci mostra come Sordello fosse preoccupato di distinguersi pure come cavaliere, anche se era spiantato e gli capitava di perdere la cavalcatura giocando d’azzardo.
Questo anonimo trovatore che si mostra così aggressivo nei confronti di Sordello e che sa usare bene non solo il coltello ma anche il verso potrebbe essere il già ricordato Figueira, contro il quale Sordello aveva indirizzato una cobla esparsa, in cui parla in termini caricaturali e iperbolici di una ferita procurata a Figueira da quel terribile spadaccino che fu il trovatore provenzale Guilhem Augier Novella:
Anche se Figueira mi assale nei suoi sirventesi
con la sua lingua falsa e menzognera,
mi tocca sopportarlo per la paura che ho che mi ferisca
di spada, come ferì lui messer Augier,
quando né cuffia né visiera non valsero
ad impedire che gli squartasse la gota;
e ne ebbe pace sicura in maniera tale
che il medicarsi non gli costò due denari.
Più volte Sordello si difese dall’accusa di essere un giullare, come nella sua tenzone con Joan d’Albusson, Digatz mi s’es vers zo c’om brui ("Ditemi se è vero ciò che si proclama"), il quale gli rinfacciava di aver ricevuto in dono delle stoffe da Azzo VII, ulteriore prova del soggiorno di Sordello alla corte d’Este:
"Sordello, la povertà vi induce,
si dice, a fare il giullare".
"Giovanni, io non faccio il giullare
se non per dire bene della mia amica".
"Poiché non siete un giullare, come mai accettaste,
Sordello, tempo fa delle stoffe dal marchese?"
"Giovanni, io non le ho prese
se non per fornire di abiti un giullare".
"Sordello, voi li deste ad un tal giullare,
che so che vi segue notte e giorno".
"Giovanni, per amore io sono cortese, e ho fatto doni".
Sordello, che non può negare il dono del marchese, afferma di averlo usato per rivestire un giullare povero.
Ma Sordello fu anche un gran dongiovanni, come ci ricordano la biografia più ampia ed egli stesso, con grande spavalderia, in diverse sue poesie. Ma di questo diede clamorosa prova quando, compiuto il suo tirocinio di giullare, passò, non si sa quando, forse intorno al 1225, dalla corte dei marchesi d’Este a quella amica dei conti di San Bonifacio a Verona. E qui Sordello si rese protagonista di un’impresa che per lo scandalo che suscitò gli diede una straordinaria notorietà, ben più vasta e clamorosa di quella che gli avevano procurato le poesie fino ad allora composte, alimentandone così la leggenda: il rapimento di Cunizza da Romano dalla casa del marito, Rizzardo di San Bonifacio.
L’irrequieta sorella di Ezzelino e di Alberico era andata sposa a Rizzardo nel 1222, quando le due casate tradizionalmente nemiche si erano, se pur temporaneamente, pacificate, suggellando l’accordo con un duplice matrimonio, avendo contemporaneamente Ezzelino sposato la sorella di Rizzardo, Zilia. Il fatto successe nel 1226, quando i rapporti tra i Da Romano e i San Bonifacio tornarono, dopo una breve tregua, ad essere pessimi, ed Ezzelino riuscì ad impadronirsi di Verona, divenendone podestà all’inizio di giugno, con l’aiuto delle fazioni veronesi nemiche dei San Bonifacio. Il rapimento di Cunizza avvenne non per iniziativa personale di Sordello, ma fu compiuto su commissione di Ezzelino, che probabilmente intendeva sottrarre la sorella alle inevitabili conseguenze della lotta da lui ripresa con i San Bonifacio.
Sordello amò Cunizza e il loro amore probabilmente non fu soltanto letterario e poetico: correva fama, e non solo negli ambienti politicamente ostili ad Ezzelino, che Sordello ne fosse divenuto l’amante. Il rapimento di Cunizza suscitò enorme e diffuso scalpore, se ancora parecchi anni dopo in Provenza lo ricordava il trovatore Reforsat de Trets facendo l’elogio di Sordello:
Sordello è stimato come cavaliere leale,
perché lealmente egli seppe innalzare con le sue lodi
la donna che egli fece fuggire di notte dalla sua dimora,
per la qual cosa egli portò fra noi i suoi penati.
Delle poesie di Sordello in lode di Cunizza non ci è rimasto nulla; molte furono invece le chiacchiere suscitate nei contemporanei, specie negli ambienti di corte, dalle avventure di Cunizza.
Ma dopo il rapimento di Cunizza l’intraprendente trovatore si rese protagonista di un’altra avventura, non meno clamorosa delle precedente anche se minore fu la sua risonanza: un matrimonio segreto con una nobildonna. Dopo il rapimento di Cunizza Sordello si sarebbe rifugiato nel castello di Ezzelino a Oderzo, e di lì sarebbe passato in quello vicino di Levada, non lontano da Ponte di Piave, sul confine del territorio di Ceneda, presso Enrico e i figli Guglielmo e Valpertino di Strasso, amici dei Da Romano: qui Sordello si innamorò di Otta, figlia di Enrico, e la sposò segretamente.
Dopo il matrimonio con Otta di Strasso, Sordello si sarebbe recato a Treviso presso Ezzelino, quindi non prima della seconda metà del 1227, quando Ezzelino, lasciata la carica di podestà di Verona, stabilì a Treviso il suo quartier generale. Ma Sordello, che per ben due volte aveva abusato della fiducia dei suoi ospiti, doveva sentirsi in pericolo, nonostante la protezione del potente Ezzelino. Quindi per sfuggire alla vendetta degli Strasso, avendo sposato Otta senza il consenso dei parenti, e di Rizzardo di San Bonifacio, offeso per il rapimento di Cunizza, o forse avvertendo di non essere più nelle grazie di Ezzelino, il quale certo non dovette gradire i rapporti del trovatore con la sorella, che divenuti di pubblico dominio gettavano un’ombra poco onorevole sui Da Romano, Sordello partì, non sappiamo precisamente quando, certo non più tardi del 1229, alla volta della Provenza, accompagnato dalla fama di poeta ma ancor più di cortigiano e di dongiovanni, così clamorosamente affermata.
In una sua lirica, il trovatore provenzale Uc de Saint-Circ, che stabilitosi a Treviso era divenuto il poeta di corte dei Da Romano, particolarmente di Alberico, si prende gioco con elegante malizia di un dongiovanni giramondo, indicato con il senhal "Vita Mia", il quale è appunto Sordello:
Una danzetta voglio comporre,
scherzando e ridendo,
intorno a Vita Mia, a cui Dio conservi
il bell’intelletto,
con la quale mi rallegrerò il cuore dolente.
(Ritornello)
Con dolce canto,
danzando,
voglio che per conforto se ne vada
tentando
e seducendo
e ingannando le donne.
Il suo bell’ingegno gli consiglia di cambiare
spesso domicilio,
sicché è venuto a stabilirsi qui,
e va cercando
un’altra da poter ingannare,
e che sia ricca !
Ritornello
O terra di Mantova e di Verona,
io l’ho perduto (come voi),
e Treviso e il Cenedese
so che lo stesso han fatto,
e se anche il Vicentino lo perde,
dove lo accompagnerò ?
Ritornello
In Alvernia, nel Forez
e nel Velay,
dove non sanno chi è
né i tiri che combina;
poi me lo tiro dietro nel Viennese,
ad Annonay.
Ritornello
Dalla terza strofetta si ricavano i luoghi in cui aveva vissuto e operato Sordello, dal Mantovano al Veronese al Cenedese a Treviso fino al Vicentino, dove allora Sordello, sulla via della Provenza, si trovava; e accanto a lui doveva trovarsi Uc, che, stando alla quarta strofetta, gli preparava l’itinerario del viaggio verso la terra promessa dei trovatori.
Sordello PoetaVedi Anche:
La vita di Sordello
- La giovinezza in Italia (questa pagina)
- Gli anni di Provenza
- Il ritorno in Italia
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